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CONVERSAZIONI SCRITTE > La danza come resistenza. Conversazione con Aline Corrêa

Aline Corrêa, brasiliana, si è formata alla Scuola della compagnia Membros (Rio de Janeiro), per poi entrare a farne parte per cinque anni. Successivamente ha lavorato con la compagnia Híbrida. Ha partecipato a numerose residenze creative con il gruppo CENA 11 e Lia Rodrigues. Attualmente sta portando avanti un suo percorso autonomo come coreografa e interprete in Europa.
Questo dialogo fa parte del progetto Conversazioni scritte a cura di Lorenzo Donati, in collaborazione con Gabriele Drago e Jessica Imolesi, realizzato al festival Crisalide 2015.


Aline Corrêa, Resistência

Sei una danzatrice e coreografa brasiliana di 24 anni. Ci racconti il tuo percorso?

Ho iniziato a danzare a nove anni, grazie alla scuola della Compagnia Membros nella mia città, Macaé. Si trattava di un percorso formativo “alternativo” organizzato da una compagnia di danza urbana. Il direttore, Paulo Azevedo, aveva una doppia formazione, sia artistica sia in scienze politiche. Anche per questa ragione, la mia è stata fin dall’inizio una danza politica. Il punto di partenza era l’osservazione delle situazioni di crisi e di violenza urbana e il tentativo di portarle sul palcoscenico. Facevamo molti laboratori in strada, nei centri di detenzione per minori, nelle case protette. La danza non era “coreografia” o divertimento, ma un dialogo reale col pubblico sulle difficili condizioni di vita quotidiana. La formazione, per me, non ha significato solo leggere e studiare, ma stare nei luoghi, conoscere, osservare.
Macaé è una piccola città di circa 200 mila abitanti. L’attività produttiva principale è legata all’estrazione del petrolio. Non c’è nessun tipo di diffusione di istanze culturali e le disuguaglianze sociali sono molto forti. Un giovane di Macaé si trova di fronte a una scelta netta: o lavorare nella raffineria petrolifera oppure scivolare nel crimine. Anche per questo, la scuola della compagnia Membros è stata per molti una possibilità alternativa. Partendo dall’hip hop, l’arte era uno strumento per avvicinare i giovani restando al contempo in ascolto dei problemi sociali.

Una danza “politica”, quindi...

Per noi danzatori era molto di più che danzare, non eravamo interpreti ma ci facevamo portavoce delle storie che ascoltavamo. Se una persona aveva subito violenza, per esempio, il nostro lavoro si traduceva nel portare sulla scena tale condizione. Per farlo era necessario rivivere quell’evento, provarlo sulla nostra pelle. Nel 2010 la compagnia Membros si è sciolta e io sono andata a vivere a Rio de Janeiro. Lì ho conosciuto la compagnia Híbrida, che lavorava più nell’ambito dell’hip hop, con spettacoli di ballo in senso stretto. Ho incontrato anche Lia Rodrigues, con lei ho partecipato a workshop di danza contemporanea. Ho lavorato anche con la compagnia Cena11 di Florianopolis, con cui ho approfondito le possibilità espressive della caduta
Nel 2012 il coreografo Alberto Cruz della Compagnia Híbrida mi ha invitato a presentare un solo a un festival; così è nato lo spettacolo Cicatriz. Pensando al lavoro che dovevo preparare, ho capito che avrei dovuto ripensare a tutto quello che avevo appreso sino a quel momento. Per me non si tratta mai di “danzare per danzare”, bensì di portare sul palco un racconto, di parlare della realtà. Non si tratta mai di un susseguirsi di figure e gesti accompagnati da pezzi hip hop. Questo solo si è trasformato nello spettacolo che porto qui a Crisalide, Resistência. Parlo di “resistenza” pensando a tutto ciò che il mio corpo ha conosciuto e attraversato fino a oggi.


Aline Corrêa, Resistência

Come si coniuga la ricerca sulla danza, più tendente all’astratto, con la necessità di dare concretezza narrativa al movimento?

È un lavoro sul corpo ma anche su quello che mi circonda. La mia idea è stare nel mezzo tra l’istanza del movimento e quella dell’osservazione della realtà. Prima di tutto si tratta di osservare la strada, i gesti, gli sguardi, le espressioni corporee della quotidianità. Posso fare un esempio diretto. A Rio de Janeiro, al fianco di Copacabana, sorge una favela. Un quartiere ricco e uno poverissimo convivono dunque nello stesso spazio creando numerose tensioni. Ho osservato molto questa realtà “doppia”, ho studiato i movimenti e i gesti delle persone, creando un vocabolario del corpo nel tentativo di integrarlo nei miei movimenti.
Negli ultimi anni, ho frequentato quattro luoghi con problematiche forti. Un carcere minorile, un ospedale psichiatrico, un ospedale infantile per bambini colpiti dal cancro. Sono luoghi speciali dove il corpo parla “da solo”: la tristezza, la solitudine, ma anche un semplice tic nervoso sono in grado, in questi contesti, di riassumere intere storie e vite. Nel mio corpo tento di accumulare tutte queste informazioni. Come si porta un sorriso, come si ricrea il calore umano in contesti di sofferenza? Sono domande che mi hanno segnato.

Torniamo al concetto di “resistenza”. Prima accennavi a qualcosa di personale, ma come lavori attorno alle idee che questo concetto evoca?

Resistenza per me corrisponde a memoria, in particolare alla memoria del corpo. Ho una sorella gemella che a cinque anni ha subito un’ustione grave al seno. Io ero presente durante l’incidente e ho vissuto gli strascichi su di me; come se avessi vissuto il trauma al posto di mia sorella, ho continuato a soffrire anche quando lei era guarita. Resistenza, dunque, come atto per non soffrire. Resistenza è bloccarsi per resistere alla sofferenza, tentando di passare dal personale al collettivo. Oltre a questo, resistenza è un’allerta sociale. La mia arte deve contribuire a ricordare che i bambini di strada, con le loro difficoltà, sono qui vicino a noi. Vorrei dare loro il diritto di parola.

In Brasile la danza di strada di cui parli è solo parzialmente sovrapponibile a quella che per noi è la danza urbana. Si avverte una connessione con istanze popolari e spontanee certamente più netta.

Lo spettacolo che vedrete è stato creato senza budget, in maniera indipendente, ha dunque una connessione molto forte con la spontaneità di cui parli. Non c’è un produttore alle spalle. In Brasile ci sono ovviamente danzatori e compagnie che lavorano come in Europa, con una struttura che produce, organizza e si rapporta con le istituzioni: per esempio la compagnia di Bruno Beltrão o quella di Lia Rodrigues, note anche in Europa. È vero che quando si parla di danza urbana o di strada in Brasile si intende qualcosa di ibrido, una mescolanza di hip hop, break dance, graffitismo, balli popolari (capoeira, samba ecc.); tante culture di origine popolare si impastano nella danza. L’hip hop nasce in strada: un graffitista, un b-boy, un mc si riuniscono sia per divertirsi sia per lanciare un grido. Personalmente, dire “danza urbana” significa adottare una precisa forma di movimento, significa riflettere sui contesti in cui è possibile metterlo in pratica e anche sui contenuti della danza stessa, sulle storie di cui parla. Da questo punto di vista, tutto il mio lavoro è estremamente urbano.

Intervista realizzata in collaborazione con Gabriele Drago e Jessica Imolesi, pubblicata il 19 gennaio 2016


di Lorenzo Donati


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