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CONVERSAZIONI SCRITTE > Dimenticare per fare. Conversazione con Lorenzo Bazzocchi

Lorenzo Bazzocchi è regista di Masque teatro, formazione nata a Forlì nel 1992 e che organizza dal 1994 il festival Crisalide.
Questo dialogo fa parte del progetto Conversazioni scritte a cura di Lorenzo Donati, in collaborazione con Gabriele Drago e Jessica Imolesi, realizzato al festival Crisalide 2015.


Lorenzo Bazzocchi in 
Nikola Tesla. Lectures di Masque teatro

Nelle edizioni passate del festival erano state espresse direzioni di ricerca forse più direttamente enucleate (dissenso, minoritarietà, ecc). È possibile che nel 2015 Crisalide affermi invece l'esigenza di rifare il punto su alcune questioni alla base dello stesso agire artistico?

I titoli delle edizioni del festival hanno sempre indicato precise direzioni di studio e ricerca, anche se ogni “argomento” aperto in Crisalide prende vita dalle edizioni precedenti e si riversa nell’anno successivo. Eppure, vale anche il ragionamento opposto: le questioni che si vanno a concatenare di anno in anno chiedono di rendersi quasi autonome rispetto alle tematiche precedenti. La materia di Crisalide non è comunque mai un tema o un titolo che viene rivolto all’artista. La definizione del tema/titolo ci aiuta a costruire un luogo autentico. All’interno di questo luogo ciò che facciamo non serve per mostrarci al mondo, quanto per conoscere meglio il mondo.
Nel rispetto delle singole individualità si cerca con determinazione di far assumere al festival una propria connotazione, quasi fosse una sorta di organismo. La tensione primaria è quella di allontanare il compromesso, evitando di operare scelte esclusivamente funzionali alla costruzione di un “bel programma”.
Le prime edizioni del festival furono caratterizzate da tematiche di respiro generale come “lo spazio scenico” nel 1997 oppure “atto di creazione” nel 1998. Si sentiva forte allora l’esigenza di rivolgersi a uno spazio originario nel quale confrontare i propri dubbi e tensioni.
Certamente un ritorno a questa necessità si fece sentire fortemente nel 2005, anno in cui scoprimmo la cinematografia del regista ungherese Béla Tarr. I suoi film parlano di come si articolano le relazioni, i rapporti tra individui. Dicevano della necessità di riscoprire costantemente a ogni occasione nuove dimensioni dell’universo legato all’ineluttabilità del proprio destino. Di come si possa procedere seguendo semplicemente la propria natura, lasciandosi guidare dalla materia di cui si è fatti.
Quest’anno ho risentito forte questo, ma già nel “passo a lato” del 2014 si sentiva forte questo bisogno.

"Non è successo niente, è ciò che stiamo diventando" è il titolo di Crisalide 2015.

Il titolo è più una sorta di incitamento a noi stessi, indica il desiderio di trovare non dico la verità - anche se, in fin dei conti, è quella che cerchiamo - ma soprattutto l’onestà necessaria per sostenere fino in fondo le scelte operate. Ho sempre sentito l’esigenza di chiedermi che cosa fosse Crisalide e ho l’impressione che le nostre azioni assumano spesso una posizione a lato del nostro agire. Le cose fatte prendono forme autonome, ci si ritrova dunque con percorsi che, una volta avviati, inevitabilmente procedono con le loro gambe.
Non è successo niente, è ciò che stiamo diventando è un’indicazione scaturita da una serie di letture che sento particolarmente vicine. Parlo di Che cos’è la filosofia? di Deleuze e Guattari o ad alcuni passi di Foucault a proposito dell’attuale. Per Foucault l’attuale è un divenire che si svincola dal presente e nel medesimo tempo non si colloca né nel passato né nel futuro. È una condizione eccitante dell’essere in qualcosa che è sempre mutevole. Non è successo niente è la possibilità di trovare un rinnovamento non nella negazione del lavoro svolto, dunque, ma nella sensazione fondamentale di “decidere” di non ricordarsi ciò che si è fatto, per tentare di avvicinarsi a ciò che effettivamente si è, al nostro essere ora.

Questo “dimenticare per fare” mi porta a pensare alla vostra storia, al raduno collettivo che è Crisalide. Questo festival, negli anni, ha rappresentato uno spazio di incontro, pensiero, progetto dove tante persone si sono riconosciute reciprocamente, probabilmente dandosi gli strumenti per pensarsi in maniera non individuale...

Crisalide da sempre sta a dire del desiderio di incontrare l’altro.
Ma avere a che fare con l’alterità significa scontrarsi col “fuori”, un fuori da noi stessi che diviene pelle per il nostro essere. Ma il fuori sempre si ritrova a essere più dentro del nostro interno.
È come guardarsi e vedersi con gli occhi di chi ci guarda.
Crisalide è un fatto collettivo, ma per essere reale le figure che lo abitano devono pagare lo scotto di coabitare, devono cioè correre il rischio di perdere, almeno momentaneamente, la propria individualità.
Penso che esista uno strato limite, dinamico, tra il noi e il mondo nel quale far confluire questi processi di scambio.
A volte capita di vivere una sorta di distacco, una condizione di estraneità soprattutto in coincidenza delle grandi fatiche della preparazione. Questo avviene proprio in quei momenti nei quali bisognerebbe essere vicino agli artisti e alle persone con le quali si lavora.


Il Teatro Félix Guattari, sede di Masque teatro (foto Gianluca Colagrossi)

Partendo da questa constatazione, come avviene il percorso che porta alla scrittura del programma del festival?

Le ricerche e gli studi che compio per affrontare una Crisalide proseguono naturalmente oltre il periodo di svolgimento del festival stesso. Le riflessioni, o meglio, le sensazioni scaturite dalle letture, dalla visione degli spettacoli, dall’incontro con artisti e studiosi si stratificano e generano altre tensioni e desideri. Ma è quasi sempre l’incontro fortuito con un autore o con un libro a stabilire l’orizzonte sul quale muoversi per delineare la nuova Crisalide.
Cerco disperatamente per mesi il titolo e finché non arriva non riesco a procedere. Sono i pensieri che scaturiscono da queste ricerche a indirizzarmi verso nuovi concetti o a rimodularne di già frequentati.
Una volta definito il tema e quindi il luogo della nuova Crisalide cerco figure che possano per sensibilità avvicinarsi all’universo che mi sono immaginato. Non c’è quindi corrispondenza reale tra le scelte artistiche e il titolo del festival.
Solamente una sensazione diffusa di compatibilità.
E così ogni anno si crea una sensazione indefinibile che condiziona tutte le scelte del festival.
Casualmente, nel gennaio 2015, ho ritrovato, scartabellando tra gli scatoloni del trasloco, La scrittura del disastro di Maurice Blanchot. Qualcosa del passato mi ripiombava addosso. Si trattava infatti di uno dei libri fondamentali che ha accompagnato la nascita stessa di Masque. Questioni legate alla passività e al disastro mi hanno tormentato per anni senza che mai riuscissi a capire come tradurle in fatti.
Poi improvvisamente si apre un varco e tutto sembra semplice e chiaro, come se mai il problema fosse esistito.
Ma tale sensazione non può essere immediatamente trasferita in una visione che orienta il programma del festival, anche se sono le scelte poi a confermare quasi sempre questa vicinanza.
Kat Valastur, per esempio, lavora abitando uno spazio e un luogo che paiono cambiare costantemente, come in una sorta di continuo divenire.
Ragiono per accostamenti. Ecco così MK e nella stessa serata la filosofa Florinda Cambria.
In ultimo posso dire che mi obbligo a creare un luogo nel quale aggirarmi e col quale decifrare la realtà, mi lascio poi condurre dalle sensazioni che questi concetti suscitano ed infine lancio il tema/titolo perché venga raccolto.

Nella presentazione scrivi: «Mai come ora abbiamo sentito forte questa passione, la passione per il vero».

Avvicinarsi al vero comporta allontanare il più possibile il compromesso. Molti si stupiscono che Crisalide sia ancora piccola e affermano che dovrebbe crescere, io invece ritengo che siano necessari dei confini, che debba essere circoscritta, perché solo così si può mantenere una coerenza e arginare l’omologazione. Quello che normalmente definiamo “successo” è in realtà un grande compromesso che allontana dalla verità. Verità è una parola dal peso gravoso. Chi può davvero dire di essere nella verità? Solo i filosofi hanno il coraggio di usarla, almeno per discernere le direzioni che ci conducono a essa. Non si tratta della verità di un sistema o di una teoria, ma di un atteggiamento, di un incitamento all’agire coerente.

A proposito di intuizioni di affinità e pensando a Crisalide, a quale modo di intendere la scena puoi dirti affine?

Nel lavoro di Kat Válastur avverto forte la necessità di creare un mondo in grado di contenere l'azione, un mondo che allontani la neutralità dello spazio scenico e dell’architettura teatrale. Voglio essere nei luoghi del mondo ma ci voglio essere con le mie pareti, il corpo da solo non basta. Non voglio essere solo un organismo-ambiente ma anche un paesaggio che mi permetta di agire come una nuova creatura.
Mi interessano gli artisti che come leoni creano la loro savana. Molto spesso vedo figure maestose che, per oggettivi limiti di produzione, in scena si trovano come rinchiusi nelle gabbie di uno zoo.
Anche se ha abbandonato da anni le sue costruzioni coreografiche, nel lavoro di Alessandro Carboni traspare tutto un mondo teorico, la teoria dialoga con un mondo reale dal quale provengono gli stimoli necessari per la creazione. Nelle sue ultime esperienze è in atto una mappatura dell’urbano e si nota una forte relazione con le strutture architettoniche, ma allo stesso tempo è come se lui avesse costruito negli anni una specie di habitat autosufficiente. Alessandro Carboni, ma anche Silvia Rampelli o Silvia Costa, credo che si portino dietro le loro savane.



Creare un mondo non è un atto che si dà per acquisito. Mi pare che in questi ultimi anni sia maggiore lo sforzo necessario per “superare” la realtà quotidiana, per liberarsi del mondo “doppiandolo” con l'atto artistico.

È questo il tema dei fondamenti. Per me è impossibile immaginare un agire non vincolato a tale ricerca, ma ben sappiamo dell'insufficienza delle economie necessarie per sostenerlo. Non vorrei essere frainteso, ma per andare al fondo delle cose è necessario uno sforzo supremo, impossibile senza l’appoggio della società civile. L’artista recita costantemente la parte di colui che sfodera l’ombrello per proteggerci dal caos, ma istantaneamente lo fende per “lasciar passare una ventata di aria fresca”. È proprio l’impatto di questa aria nuova a turbare. Sono anni, questi, in cui si tende a privilegiare azioni che abbiano un immediato riscontro sul reale, azioni che per questo difficilmente possono allontanare l’omologazione. Ma davvero siamo convinti che le intuizioni che riguardano l'origine, il “fondo” delle cose non meritino l'attenzione di tutti? Dico proprio in termini di risorse destinate a questo. Ci sono persone che lavorano e dedicano tutta la loro vita a decifrare l’ignoto, a liberare il vuoto dal suo “orrore”, a proporre soluzioni per alzarsi in volo verso altri mondi.
Questo uomo, un uomo comune, porterà lontano il nostro avvenire e lo posizionerà, come ci ricordava il carissimo Antonio Caronia, sulle strade neuroniche del futuro. Davvero non riusciamo a costruire uno spazio per conferire una dignità economica a tutto quello che non è contabilizzabile?
Che sorte tragica quella di dover essere sempre commensurati, misurati in quello che siamo per essere meglio separati gli uni dagli altri.
Evviva questa sorte tragica!

In che modo potremmo descrivere questa “utilità”, uscendo dalla logica economicistica di cui parli?

I meccanismi cognitivi legati alla creatività, all'arte e in generale alle attività del pensiero sono portatori di qualità nel senso che affinano le capacità di scelta e le abilità nel mettere in relazione le cose fra loro. È come se parlassi del gioco degli scacchi e delle strategie di sopravvivenza legate a esso (mi riferisco ai pezzi sulla scacchiera).
Questa analogia mi è utile per convincermi dell’importanza, dell’utilità, quindi, della ricerca artistica che dovrebbe essere considerata al pari di altre scienze umane. Questa ricerca ha favorito l’avvicinamento e la condivisione di istanze comuni all’interno di gruppi anche disomogenei, costituiti da artisti, filosofi, studiosi (il momento storico ha funzionato spesso da catalizzatore). Si sono così create le condizioni per innescare mutamenti di grande portata, influenzando il sentire di coloro che semplicemente respiravano la loro stessa aria. Sono nate idee, sensazioni, spazi di esistenza che hanno condizionato intere generazioni.
Ritorna qui il concetto di verità.
Vorrei poter distinguere quello che si fa per sopravvivere da quello che si fa per vivere.
Vorrei poter dire “faccio quello che sento”.

Intervista realizzata in collaborazione con Gabriele Drago e Jessica Imolesi, pubblicata il 10 febbraio 2016.


di Lorenzo Donati
 

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