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PERCORSI > L'incertezza del nuovo mondo, in Bestie del Teatro delle Ariette

Cerchiamo l’ex-macello di Vignola. Un piccola porta. L’odore di animali è forte. Diamo un’occhiata alla scena in allestimento: intensi sprazzi di rosso, recinti, animali. Dopo poco arrivano Stefano Pasquini e Paola Berselli, ci accolgono semplicemente, con calore. Stefano si ferma a chiacchierare con noi.


Partiamo da Bestie, il vostro ultimo lavoro. In cosa è diverso dagli spettacoli precedenti? Rappresenta una virata nella vostra produzione artistica?
Si spera che ogni spettacolo sia sempre diverso dall’altro perché l’intenzione è sempre quella di fare passi avanti nella ricerca sia teatrale che umana. Dal punto di vista formale, molti dei nostri spettacoli precedenti ruotavano intorno alla trasformazione degli alimenti in cibo, in Bestie questo non succede, ma non vedo in questo un elemento di discontinuità, piuttosto un’ulteriore tappa della nostra ricerca, anche perché rimane molto forte il legame con la nostra esperienza. Quelli che vedete non sono animali qualsiasi, sono alcuni degli animali che ci accompagnano quotidianamente e Bestie nasce proprio dal quotidiano confronto con essi.

 

Mi ha colpito una frase che ho letto nel libro Teatro da mangiare: “Quando ci si incontra attorno all’arte, che è la riflessione sui nostri destini, secondo me, è un momento di festa. Non si può finire e andarsene via da soli: quel momento deve essere sancito.” Mi chiedo se questa idea di festa intono all’arte sia rimasta anche in Bestie.
Secondo me non c’è dentro lo spettacolo la previsione di una festa, però nello stesso tempo la ricerca di uno spazio comune, di uno spazio condiviso è lo spunto per non andarsene via da soli come se tutto quello che c’è stato fosse finito. Certamente è interessante immaginare come questo possa succedere senza che ci sia una bottiglia di vino o un pezzo di salame ed è una cosa che cercheremo di capire in queste sere… Come spesso è successo, i nostri dopo-spettacoli non erano mai previsti: la gente, non andandosene, stimolava un altro modo di stare assieme che non era più lo spettacolo ma non era neanche qualcosa di completamente diverso.

 

Perché avete scelto l’ex macello di Vignola e perché il sottotitolo …è finito il tempo delle lacrime?
In anni passati abbiamo portato i nostri agnelli a macellare qui, quindi lo conosciamo anche come struttura architettonica. Il macello è un luogo di trapasso in cui le cose da vive si fanno morte, è un luogo legato al confine tra morte e vita. Poi ci sono i riferimenti letterari, in particolare quelli sul’arca di Noè e il diluvio universale. Cosa è il diluvio se non un momento di trapasso, da un mondo all’altro, o meglio da un visione del mondo a un’altra? Il diluvio è la situazione in cui un mondo non sembra più adatto, ma allo stesso tempo non se ne intravede ancora un nuovo possibile. A Vignola abbiamo deciso di sperimentare una specie di antitesi del debutto di Volterra perché Bestie è stato pensato per un teatro all’italiana, ma qui abbiamo voluto sperimentare una dimensione diversa dal punto di vista spaziale e della relazione col pubblico.

 

Quindi un rapporto completamente diverso col pubblico qui a Vignola?
Certo. Lo spettatore qui è molto più vicino che in un teatro all’italiana, ma allo stesso tempo una sorta di gabbia lo separa da noi. La rete è uno spazio di prigionia e protezione che sancisce l’impossibilità di incontro fra i due mondi, vicini e allo stesso tempo reciprocamente spiabili.


E il sottotitolo?
Il tempo delle lacrime per me è il diluvio. E’ finito il tempo delle lacrime vuol dire che la fase di un grande dolore che ti ha invaso si è lentamente asciugata, ed è proprio quel momento che noi analizziamo, un momento di trapasso. Il diluvio è la distruzione del mondo: le acque pian piano si ritirano, ma non c’è ancora un mondo nuovo. Quello su cui ci interroghiamo è la sensazione della fine di un tempo, non dell’inizio di un altro. In questo momento storico e personale a me sembra che un certo mondo sia quasi completamente sgretolato, ma non mi è ancora chiaro quale sia quello nuovo che si sta delineando.

 

Bestie allora potrebbe essere anche una contrapposizione tra l’irrazionalità la primordialità delle bestie e questo nostro mondo umano razionale.
Le bestie per me sono qualcosa di misterioso. Negli animali rintracci sempre qualcosa di te, qualcosa di vicino e allo stesso tempo assolutamente lontano. Noi interroghiamo questi animali: per il loro mistero, perché rappresentano la libertà e l’istinto, perché restano la pietra di paragone per eccellenza. A differenza dell’uomo che si evolve e cambia, le bestie apparentemente sembrano rimanere immutate. Nonostante tutto muti, resta sempre un nucleo originario: noi siamo sempre un agglomerato organico e continuiamo a essere un ovulo fecondato che si sviluppa. Credo non si possa prescindere da questo.

 

Per quanto riguarda invece il progetto “teatro nelle case”, di che cosa si tratta?
E’ un progetto che ha ormai 10 anni. Quando abbiamo ricominciato a fare teatro l’abbiamo fatto in casa nostra. Il nostro teatro è nato, anzi rinato, nell’intimità di una casa e da lì molti spettatori ci hanno aperto le loro. Questo ci ha permesso di sperimentare le trasformazione da luogo privato a luogo pubblico. Non abbiamo mai fatto teatro nelle case attraverso un principio di clandestinità, come qualcosa che succede di nascosto in un luogo privato, ma perchè anche nelle case tutto funzionava esattamente come a teatro. Questo progetto ci ha fatto scoprire molte cose, per esempio un amore per i dettagli più che per le dimensioni grandi. Abbiamo espanso il concetto di casa non solo a luogo dove si dorme, ma anche dove si lavora, avendo la possibilità di incontrare artisti vicini a noi, persone a cui chiedere consiglio e con cui confrontarci. Abbiamo visto crescere una comunità teatrale proprio come una famiglia e lo stesso mi era capitato di sperimentare quando avevo abbandonato il teatro per fare il contadino.

 

Queste sono le famiglie teatrali?
Esistono famiglie teatrali in senso tradizionale come me e Paola o come la Gualtieri e Ronconi, però il sistema della famiglia teatrale è un sistema di relazioni che si sviluppa nel tempo, è un sistema allargato che va al di là del puro oggetto-spettacolo. Il teatro nelle case ci permette di mantenere vive le relazioni in una famiglia allargata che non è composta solo da chi fa teatro, ma anche dagli spettatori.



di Annamaria Albano
 

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