In una grande bara bianca. Così Pippo Delbono sigilla il proprio ‘buio feroce’. Una scatola vuota e immobile, senza vie di fuga, dove il tempo non può più scorrere, dove le uniche tracce rimaste sono quelle della solitudine. L’ultimo lavoro della compagnia di Delbono racconta di una condanna a morte, gli ultimi anni di vita dello scrittore americano Harold Brodkey morto di aids, ma lo fa ad occhi aperti, lucidi e consapevoli. La morte che “Questo buio feroce” ci racconta non è dolore, né perdita, né disperazione, ma profonda coscienza del vivere, a modo suo è anche felicità.
Dentro la “stanza della nessunanza” un essere scheletrico giace nudo e mascherato, oscilla come una piuma già calpestata e sempre pronta a spezzarsi, indietreggia come se fosse il pubblico a minacciarlo sino a che scompare inghiottito dalle pareti bianche. Questa è solo la prima delle figure da incubo che invaderanno la scena: disposti sulla parete di fondo, in fila come in un plotone d’esecuzione, ognuno attende che il proprio numero venga chiamato per potersi liberare, magari per raggiungere il paradiso di cui è dato conoscere solo la distanza. La “stanza dei prelievi” diventa la stanza delle torture per ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, che la fine è vicina e non sa che essere crudele: un uomo bendato e legato con le corde viene sollevato, il suo corpo ricoperto di croci rosse ostentato, mentre sacche di sangue calano dal soffitto. I racconti dei condannati a morte si susseguono. Figure spettrali sfilano fra luce e penombra, sostano e fuggono via autodefinendosi “sapientemente ridicolizzati”: c’è chi canta a modo suo My way e strappa gli applausi del pubblico, chi racconta della propria famiglia americana e chi svela i segreti degli annunci erotici. “Guardatemi. Scompaio.”, così una voce fuori campo annuncia il passaggio di papi e principesse, faraoni e frati, boia e santoni, vedove e giullari: sulla passerella dei secoli sfilano figure di broccati e velluti, figure prossime alla sparizione senza un alito di vita negli occhi, stanche e mute. Due giullari di corte chiudono la sfilata, giocano a nascondersi e imitarsi, ci spiano e sorridono, emblema del nostro tempo patinato. Pippo Delbono ci mostra una passerella che si fa marcia funebre, mentre solitamente, nel nostro sistema sociale, è la marcia funebre che si fa passerella nello squallido tentativo, tipicamente occidentale, di esorcizzare la morte rimuovendone l’atrocità e il dolore. Una denuncia forte e profonda, mai retorica, una denuncia sentita e che soprattutto si fa sentire. “Sono stanco dei re, sono stanco degli intrattenimenti gradevoli”: queste parole sussurra la voce fuori campo quando ormai Cenerentola ha trovato il suo moribondo principe azzurro e lo bacia come si può baciare solo una bambola di pezza, quando ormai la ricerca dell’emozione artificiale è arrivata al culmine e non restano altro che isterici strepiti. Il grande tavolo bianco sul fondo della scena non è altro che il simbolo di una grande camera ardente dove i morti si vegliano l’un l’altro, le candele sono accese perché il buio fa sempre un po’ paura, anche da morti. Al termine di questo viaggio nell’inferno del mondo, Pippo Delbono, disteso sul palcoscenico nella penombra delle candele, dialoga con il suo ‘buio feroce’: “Io guardo la morte e la morte guarda me”, mentre noi dalla platea guardiamo entrambi. Un mesto coro di spettri avanza lentamente, su unisce alla veglia per poi allontanarsi, poco dopo, quasi disgustato, pare che la fine sia arrivata inesorabile, “Questo buio feroce è un buio sconosciuto dove non puoi entrare come te stesso. L’identità era un gioco”. Non può essere altrimenti: quando la fine è davvero vicina ci si rende conto che l’identità non è stata altro che un gioco, che con la morte non resta nulla di essa. Quando tutto ormai sembra finito Pippo Delbono si rialza e, raccogliendo le ultime forze, si spoglia e improvvisa una danza, una danza liberatoria, una danza d’amore: “ora sono in piedi su una zattera che ha scioltogli ormeggi. Pace non ce n’è mai stata nessuna nel mondo, ma ora scorro sull’acqua arrendevole e la pace è tutta intorno a me.”